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Bibbia e marijuana

Alla ultima fiera tenutasi in Italia (Indica Sativa trade a Bologna) ho notato il crescente interesse anche da parte del mercato italiano per la cannabis e i suoi derivati. Ho visto diversi estratti al CBD, sia con solvente che senza, ma la cosa che più mi ha colpito sono stati i numerosi stand di trasformatori industriali di granella e fibra di canapa. Ovviamente la nutraceutica è il filone che più ho visto rappresentato, e mi sarei stupito se non fosse stato così, avendo in Italia una cultura alimentare preziosissima. Purtroppo i nostri delegati al governo non si sono ancora accorti, o forse preferiscono volgere lo sguardo altrove, delle molteplici potenzialità della cannabis. 

Un paio di recenti letture (“Rasta Marley e le radici del reggae” e “Haile Selassie I, discorsi scelti 1930-1973”, entrambi di Lorenzo Mazzoni) mi hanno aperto a questo nuovo mondo, esattamente all’opposto di quello moderno chiamato invece Babilonia dai Rasta, con accezione negativa per gli elementi corruttivi dell’animo che lo caratterizzano. 

L’olio sacro d’unzione dei cristiani oltre a mirra e cannella (Esodo 30, 22-33) conteneva un ingrediente denominato Kaneh-bosm (canna odorifera nella versione italiana): secondo i Rasta e come proposto dall’autorevole giornale britannico The Guardian nel 2003, riportando un articolo di Chris Bennet della rivista High Times, questo ingrediente sarebbe la cannabis. Kaneh o Kannabus, in ebraico tradizionale, la cui radice Kan significa Canna o canapa, mentre bosm significa aromatico, com’è senza dubbio la profumata cannabis. Questo termine compare altre volte nella Bibbia: nel Cantico dei Cantici (4,14), in Geremia (6,20), in Ezechiele (27,19), in Isaia (43,24).

Anche l’incenso religioso nominato nella Bibbia non sarebbe altro che l’attuale hashish. Fatto a mano – come in India – e dandogli la forma di dito, l’hashish effettivamente potrebbe essere un eccezionale inceso da bruciare sacralmente nei templi. 

Secondo la leggenda, poi, la cannabis cresceva sulla tomba di Salomone, appartenente alla dinastia sacra di Re David, come Cristo. Una dinastia reale nera e con le classiche pettinature a ciocche, come quella di una altro mito rastafariano, Sansone, l’uomo dall’incredibile forza scaturita dai suoi capelli raccolti in “sette trecce del capo” (Giudici 16,19). Alla stessa dinastia apparterrebbe pure Ras Tafari, meglio conosciuto come Haile Selassie I, imperatore d’Etiopia nello scorso secolo, dopo che il seme di Salomone fu portato nel Corno d’Africa dalla regina di Saba.

La cannnabis era ampiamente impiegata nella medicina del Mediterraneo del tempo. Vicino a Betlemme, per esempio, in una tomba del quarto secolo avanti Cristo, sono state ritrovate tracce di cannabis accanto ad una donna con ancora il feto nella regione pelvica, probabilmente deceduta durante il parto. La cannabis era quindi utilizzata anche come anestetico per partorienti. 

Il suo uso terapeutico era all’ordine del giorno e allo stesso modo gli apostoli usavano l’olio sacro per curare le malattie (Marco 6,13): ”E cacciavamo molti demoni, e ungevamo di olio molti infermi e li sanavamo”. Un tempo, giustamente o meno, si credeva gli ammalati fossero posseduti da demoni e la cannabis, come nell’antica India, era considerata in grado di scacciarli ridonando salute. Così, una persona a terra con crisi epilettiche era un indemoniato e con l’unzione all’anticonvulsionante cannabis (la sua azione nell’epilessia è ampiamente documentata dalla scienza) si urlava al miracolo per la fine delle sofferenze. Allo stesso modo, cita Julie Holland in “The Pot Book”, gli apostoli curavano malattie per la quali la scienza moderna ha espresso la validità della cannabis: problemi mestruali (Luca, 8:43,48), agli occhi (Giovanni, 9:6-15) e alla pelle (Matteo 8:1-4, 10:8, 11:5, Marco 1:40-45,  Luca 5:12-14, 7:22, 17:11-19).

Una altro aspetto interessante sulla marijuana nella Bibbia, oltre a quello terapeutico, potrebbe esser relativo al processo d’apprendimento che innesca. Sappiamo che il cervello è pieno di ricettori dei cannabinoidi che, oltre a ricevere quelli preziosi prodotti dal corpo, accolgono pure quelli provenienti dalla marijuana, attivando quest’organo in tutte le sue funzioni e innescando un processo d’apprendimento nei confronti della natura che a volte lascia letteralmente stupefatto e a bocca aperta il consumatore. Senza bigottismo, già l’antico induismo shivaita attribuiva alla marijuana la capacità di cancellare l’ignoranza e, a quanto sembra, pure nella Bibbia l’Albero della Conoscenza del Bene e del Male potrebbe essere proprio la nostra innocente beneamata.

“E quanto a voi, l’unzione che avete ricevuto da lui rimane in voi, e non avete bisogno che nessuno vi ammaestri, ma come la sua unzione vi insegna ogni cosa, è verace e non mente, state saldi in lui, come essa vi insegna” (1 Giovanni 2:27). Secondo queste indicazioni, nell’antico cristianesimo, come per gli attuali Rasta, non c’è bisogno di ammaestratori di anime (i Rasta non hanno preti, ma cantanti reggae a raddrizzare l’anima con la musica, e nemmeno chiese, mentre il proprio corpo è il tempio) e le conoscenza necessarie a una vita giusta vengono intuite  con l’unzione (Cristo significa unto), con la necessità di restare saldi in ciò che si è appreso per ricevere la salvezza. Un pratica, quella dell’unzione, che richiede quindi un totale abbandono agli effetti delle erbe contenute e un’incredibile fiducia nell’amica natura.

E non pensate fosse una passeggiata per tutti quella di diventare cristiani. Ai tempi il proibizionismo non esisteva, le erbe erano abbondanti e non c’erano tabù sul consumo. La ricetta di Mosè includeva 250 Sicli di canna odorifera in un Hin di olio d’oliva. Da un piccola ricerca ho scoperto come il Siclo fosse un’unità di misura del Medio Oriente e quello dei santuari per pesare le erbe era del valore di 10 grammi, mentre lo Hin misurava i liquidi e corrispondeva a circa 6 litri, entro i quali vi erano quindi 2 chili e mezzo di marijuana. Una quantità in grado di unirti a Dio secondo gli antichi precetti ebrei, visto che è scientificamente provato la cannabis sia assorbita dalla pelle efficacemente quando il vettore è l’olio.

Per quanto il Vaticano possa quindi esser lontano dalla verità, caro Papa Francesco, che porti il nome di uno dei maggior stimatori del creato, lascia rivivere queste antiche ricette, per un mondo più verace. 

Un paio di recenti letture (“Rasta Marley e le radici del reggae” e “Haile Selassie I, discorsi scelti 1930-1973”, entrambi di Lorenzo Mazzoni) mi hanno aperto a questo nuovo mondo, esattamente all’opposto di quello moderno chiamato invece Babilonia dai Rasta, con accezione negativa per gli elementi corruttivi dell’animo che lo caratterizzano. 

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L’olio sacro d’unzione dei cristiani oltre a mirra e cannella (Esodo 30, 22-33) conteneva un ingrediente denominato Kaneh-bosm (canna odorifera nella versione italiana): secondo i Rasta e come proposto dall’autorevole giornale britannico The Guardian nel 2003, riportando un articolo di Chris Bennet della rivista High Times, questo ingrediente sarebbe la cannabis. Kaneh o Kannabus, in ebraico tradizionale, la cui radice Kan significa Canna o canapa, mentre bosm significa aromatico, com’è senza dubbio la profumata cannabis. Questo termine compare altre volte nella Bibbia: nel Cantico dei Cantici (4,14), in Geremia (6,20), in Ezechiele (27,19), in Isaia (43,24).

Anche l’incenso religioso nominato nella Bibbia non sarebbe altro che l’attuale hashish. Fatto a mano – come in India – e dandogli la forma di dito, l’hashish effettivamente potrebbe essere un eccezionale inceso da bruciare sacralmente nei templi. 

Secondo la leggenda, poi, la cannabis cresceva sulla tomba di Salomone, appartenente alla dinastia sacra di Re David, come Cristo. Una dinastia reale nera e con le classiche pettinature a ciocche, come quella di una altro mito rastafariano, Sansone, l’uomo dall’incredibile forza scaturita dai suoi capelli raccolti in “sette trecce del capo” (Giudici 16,19). Alla stessa dinastia apparterrebbe pure Ras Tafari, meglio conosciuto come Haile Selassie I, imperatore d’Etiopia nello scorso secolo, dopo che il seme di Salomone fu portato nel Corno d’Africa dalla regina di Saba.

La cannnabis era ampiamente impiegata nella medicina del Mediterraneo del tempo. Vicino a Betlemme, per esempio, in una tomba del quarto secolo avanti Cristo, sono state ritrovate tracce di cannabis accanto ad una donna con ancora il feto nella regione pelvica, probabilmente deceduta durante il parto. La cannabis era quindi utilizzata anche come anestetico per partorienti. 

Il suo uso terapeutico era all’ordine del giorno e allo stesso modo gli apostoli usavano l’olio sacro per curare le malattie (Marco 6,13): ”E cacciavamo molti demoni, e ungevamo di olio molti infermi e li sanavamo”. Un tempo, giustamente o meno, si credeva gli ammalati fossero posseduti da demoni e la cannabis, come nell’antica India, era considerata in grado di scacciarli ridonando salute. Così, una persona a terra con crisi epilettiche era un indemoniato e con l’unzione all’anticonvulsionante cannabis (la sua azione nell’epilessia è ampiamente documentata dalla scienza) si urlava al miracolo per la fine delle sofferenze. Allo stesso modo, cita Julie Holland in “The Pot Book”, gli apostoli curavano malattie per la quali la scienza moderna ha espresso la validità della cannabis: problemi mestruali (Luca, 8:43,48), agli occhi (Giovanni, 9:6-15) e alla pelle (Matteo 8:1-4, 10:8, 11:5, Marco 1:40-45,  Luca 5:12-14, 7:22, 17:11-19).

Una altro aspetto interessante sulla marijuana nella Bibbia, oltre a quello terapeutico, potrebbe esser relativo al processo d’apprendimento che innesca. Sappiamo che il cervello è pieno zeppo di ricettore dei cannabinoidi che, oltre a ricevere quelli preziosi prodotti dal corpo, accolgono pure quelli provenienti dalla marijuana, attivando quest’organo in tutte le sue funzioni e innescando un processo d’apprendimento nei confronti della natura che a volte lascia letteralmente stupefatto e a bocca aperta il consumatore. Senza bigottismo, già l’antico induismo shivaita attribuiva alla marijuana la capacità di cancellare l’ignoranza e, a quanto sembra, pure nella Bibbia l’Albero della Conoscenza del Bene e del Male potrebbe essere proprio la nostra innocente beneamata.

“E quanto a voi, l’unzione che avete ricevuto da lui rimane in voi, e non avete bisogno che nessuno vi ammaestri, ma come la sua unzione vi insegna ogni cosa, è verace e non mente, state saldi in lui, come essa vi insegna” (1 Giovanni 2:27). Secondo queste indicazioni, nell’antico cristianesimo, come per gli attuali Rasta, non c’è bisogno di ammaestratori di anime (i Rasta non hanno preti, ma cantanti reggae a raddrizzare l’anima con la musica, e nemmeno chiese, mentre il proprio corpo è il tempio) e le conoscenza necessarie a una vita giusta vengono intuite  con l’unzione (Cristo significa unto), con la necessità di restare saldi in ciò che si è appreso per ricevere la salvezza. Un pratica, quella dell’unzione, che richiede quindi un totale abbandono agli effetti delle erbe contenute e un’incredibile fiducia nell’amica natura.

E non pensate fosse una passeggiata per tutti quella di diventare cristiani. Ai tempi il proibizionismo non esisteva, le erbe erano abbondanti e non c’erano tabù sul consumo. La ricetta di Mosè includeva 250 Sicli di canna odorifera in un Hin di olio d’oliva. Da un piccola ricerca ho scoperto come il Siclo fosse un’unità di misura del Medio Oriente e quello dei santuari per pesare le erbe era del valore di 10 grammi, mentre lo Hin misurava i liquidi e corrispondeva a circa 6 litri, entro i quali vi erano quindi 2 chili e mezzo di marijuana. Una quantità in grado di unirti a Dio secondo gli antichi precetti ebrei, visto che è scientificamente provato la cannabis sia assorbita dalla pelle efficacemente quando il vettore è l’olio.

Per quanto il Vaticano possa quindi esser lontano dalla verità, caro Papa Francesco, che porti il nome di uno dei maggior stimatori del creato, lascia rivivere queste antiche ricette, per un mondo più verace. 

– See more at: http://www.cannabis.info/it/abc/10003492-bibbia-e-marijuana?q=it/abc/10003492-bibbia-e-marijuana#sthash.58jNpvs9.dpuf

Un paio di recenti letture (“Rasta Marley e le radici del reggae” e “Haile Selassie I, discorsi scelti 1930-1973”, entrambi di Lorenzo Mazzoni) mi hanno aperto a questo nuovo mondo, esattamente all’opposto di quello moderno chiamato invece Babilonia dai Rasta, con accezione negativa per gli elementi corruttivi dell’animo che lo caratterizzano. 

L’olio sacro d’unzione dei cristiani oltre a mirra e cannella (Esodo 30, 22-33) conteneva un ingrediente denominato Kaneh-bosm (canna odorifera nella versione italiana): secondo i Rasta e come proposto dall’autorevole giornale britannico The Guardian nel 2003, riportando un articolo di Chris Bennet della rivista High Times, questo ingrediente sarebbe la cannabis. Kaneh o Kannabus, in ebraico tradizionale, la cui radice Kan significa Canna o canapa, mentre bosm significa aromatico, com’è senza dubbio la profumata cannabis. Questo termine compare altre volte nella Bibbia: nel Cantico dei Cantici (4,14), in Geremia (6,20), in Ezechiele (27,19), in Isaia (43,24).

Anche l’incenso religioso nominato nella Bibbia non sarebbe altro che l’attuale hashish. Fatto a mano – come in India – e dandogli la forma di dito, l’hashish effettivamente potrebbe essere un eccezionale inceso da bruciare sacralmente nei templi. 

Secondo la leggenda, poi, la cannabis cresceva sulla tomba di Salomone, appartenente alla dinastia sacra di Re David, come Cristo. Una dinastia reale nera e con le classiche pettinature a ciocche, come quella di una altro mito rastafariano, Sansone, l’uomo dall’incredibile forza scaturita dai suoi capelli raccolti in “sette trecce del capo” (Giudici 16,19). Alla stessa dinastia apparterrebbe pure Ras Tafari, meglio conosciuto come Haile Selassie I, imperatore d’Etiopia nello scorso secolo, dopo che il seme di Salomone fu portato nel Corno d’Africa dalla regina di Saba.

La cannnabis era ampiamente impiegata nella medicina del Mediterraneo del tempo. Vicino a Betlemme, per esempio, in una tomba del quarto secolo avanti Cristo, sono state ritrovate tracce di cannabis accanto ad una donna con ancora il feto nella regione pelvica, probabilmente deceduta durante il parto. La cannabis era quindi utilizzata anche come anestetico per partorienti. 

Il suo uso terapeutico era all’ordine del giorno e allo stesso modo gli apostoli usavano l’olio sacro per curare le malattie (Marco 6,13): ”E cacciavamo molti demoni, e ungevamo di olio molti infermi e li sanavamo”. Un tempo, giustamente o meno, si credeva gli ammalati fossero posseduti da demoni e la cannabis, come nell’antica India, era considerata in grado di scacciarli ridonando salute. Così, una persona a terra con crisi epilettiche era un indemoniato e con l’unzione all’anticonvulsionante cannabis (la sua azione nell’epilessia è ampiamente documentata dalla scienza) si urlava al miracolo per la fine delle sofferenze. Allo stesso modo, cita Julie Holland in “The Pot Book”, gli apostoli curavano malattie per la quali la scienza moderna ha espresso la validità della cannabis: problemi mestruali (Luca, 8:43,48), agli occhi (Giovanni, 9:6-15) e alla pelle (Matteo 8:1-4, 10:8, 11:5, Marco 1:40-45,  Luca 5:12-14, 7:22, 17:11-19).

Una altro aspetto interessante sulla marijuana nella Bibbia, oltre a quello terapeutico, potrebbe esser relativo al processo d’apprendimento che innesca. Sappiamo che il cervello è pieno zeppo di ricettore dei cannabinoidi che, oltre a ricevere quelli preziosi prodotti dal corpo, accolgono pure quelli provenienti dalla marijuana, attivando quest’organo in tutte le sue funzioni e innescando un processo d’apprendimento nei confronti della natura che a volte lascia letteralmente stupefatto e a bocca aperta il consumatore. Senza bigottismo, già l’antico induismo shivaita attribuiva alla marijuana la capacità di cancellare l’ignoranza e, a quanto sembra, pure nella Bibbia l’Albero della Conoscenza del Bene e del Male potrebbe essere proprio la nostra innocente beneamata.

“E quanto a voi, l’unzione che avete ricevuto da lui rimane in voi, e non avete bisogno che nessuno vi ammaestri, ma come la sua unzione vi insegna ogni cosa, è verace e non mente, state saldi in lui, come essa vi insegna” (1 Giovanni 2:27). Secondo queste indicazioni, nell’antico cristianesimo, come per gli attuali Rasta, non c’è bisogno di ammaestratori di anime (i Rasta non hanno preti, ma cantanti reggae a raddrizzare l’anima con la musica, e nemmeno chiese, mentre il proprio corpo è il tempio) e le conoscenza necessarie a una vita giusta vengono intuite  con l’unzione (Cristo significa unto), con la necessità di restare saldi in ciò che si è appreso per ricevere la salvezza. Un pratica, quella dell’unzione, che richiede quindi un totale abbandono agli effetti delle erbe contenute e un’incredibile fiducia nell’amica natura.

E non pensate fosse una passeggiata per tutti quella di diventare cristiani. Ai tempi il proibizionismo non esisteva, le erbe erano abbondanti e non c’erano tabù sul consumo. La ricetta di Mosè includeva 250 Sicli di canna odorifera in un Hin di olio d’oliva. Da un piccola ricerca ho scoperto come il Siclo fosse un’unità di misura del Medio Oriente e quello dei santuari per pesare le erbe era del valore di 10 grammi, mentre lo Hin misurava i liquidi e corrispondeva a circa 6 litri, entro i quali vi erano quindi 2 chili e mezzo di marijuana. Una quantità in grado di unirti a Dio secondo gli antichi precetti ebrei, visto che è scientificamente provato la cannabis sia assorbita dalla pelle efficacemente quando il vettore è l’olio.

Per quanto il Vaticano possa quindi esser lontano dalla verità, caro Papa Francesco, che porti il nome di uno dei maggior stimatori del creato, lascia rivivere queste antiche ricette, per un mondo più verace. 

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