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Differenze tra Cannabis Sativa e Cannabis Indica

Differenze tra Cannabis Sativa e Cannabis Indica

BOTANICA E CENNI STORICI: origini, similitudini e differenze della tra canapa sativa ed indica

La marijuana si ricava dall’essiccazione delle infiorescenze e delle foglie della canapa. La canapa una pianta erbacea annua e dioica, ossia con fiori o solo maschili o solo femminili.

Il nome scien­tifico della canapa e Cannabis sativa, ma la classificazione tassonomica della canapa e una questione aperta a numerose controversie. Nel 1753 fu Carlo Linneo a classificar­la con questo nome; trent’anni dopo Lamarck individuò la varietà indica. Per molti bo­tanici la varietà indica è semplicemente un errore di classificazione, favorito dalla grande capacita di adattamento di questa pianta, che a seconda dei climi, delle latitudini e dei modi di coltivazione presenta caratteristiche diverse.

Nel 1924 il botanico sovieti­co D.E. Janicevskij ritenne di individuare tre differenti specie di Cannabis: la sativa, che arriva fino a tre metri di altezza; la indica, che arriva a un metro e mezzo ed e ca­ratterizzata da folti rami; e la ruderalis, che raggiunge al massimo i cinquanta centime­tri ed e priva di rami.

A un diverse conclusione giunsero nel 1976 due studiosi cana­desi, Ernest Small e Arthur Cronquist, secondo i quali il genere Cannabis comprende una sola specie, assai variabile. C. sativa e C. indica sarebbero due sottospecie, entram­be con numerose varianti domestiche e selvatiche a seconda del luogo e del tipo di coltivazione.

Secondo recenti orientamenti della tassonomia ufficiale, la Cannabis appar­tiene alla famiglia delle Cannabacee o Cannabinacee (di cui fa parte anche il luppolo), mentre in passato era stata inserita tra le Moracee (gelso, fico) e in seguito tra le Urti­cacee (ortiche). La questione, come si vede, e piuttosto complessa.

Per semplificare, a fini puramente pratici, possiamo dire che la C. sativa e quella pianta, molto diffusa in Europa e nell’America settentrionale, che fu largamente coltivata per ricavarne tessu­ti, corde, carta, olio, sementi per uccelli; mentre la C. indica, che cresce spontaneamente (pur con numerose varianti) in vaste aree dell’emisfero meridionale, e quella da cui si ricava la marihuana.

Sempre a questo livello di semplificazione, invece chi preferisce parlare di differenze fondate sul sesso: le “piante maschio” sarebbero quelle da cui si ricava la fibra per la fabbricazione dei cordami ecc; le “piante femmina” quelle de­stinate alla produzione di hashish e marijuana.

Il principio attivo presente nella canapa è il cannabinoide THC (9-delta-tetraidro­cannabinolo), individuato per la prima volta negli anni Sessanta dal chimico israelia­no Raphael Mechoulam: a differenza dei principi attivi presenti nella maggior parte delle piante psicoattive, il THC non e un alcaloide (la sua molecola non contiene azo­to). La concentrazione di THC varia nelle diverse parti della pianta (e più concentrato nella cima, decresce man mano che si scende verso le radici), ma varia anche molto da pianta a pianta, a seconda dell’area geografica di provenienza (le piante dei Paesi caldi dell’emisfero meridionale sono le phi ricche di THC) e del sesso (le piante di sesso femminile presentano maggiori concentrazioni di principio attivo rispetto a quelle di sesso maschile). Delle piante più ricche di THC vengono fumate le infiorescenze e al­cune foglie (quelle più tenere); delle piante meno ricche vengono utilizzate soltanto le infiorescenze.

La coltivazione della canapa per ottenere la fibra tessile prevede che le piante sia­no estremamente vicine l’una all’altra, in maniera tale che si allunghino verso l’alto a cercare il sole, e si sviluppino poco in orizzontale, tendendo a non ramificare. Al con­trario, la coltivazione della canapa finalizzata alla produzione di THC prevede che le piante siano ben distanziate, in modo tale che crescano “a cespuglio”, con rami complessi e fitto fogliame, in modo tale da produrre un numero elevato di infiorescenze.

Le infiorescenze delle piante più “potenti” si coprono di una resina che presenta un’elevata concentrazione di THC, della quale si ricava l’hascisc. Quest’ultimo si ca­ratterizza dunque per una presenza di principio attivo mediamente assai superiore ri­spetto alla marihuana. Ma gli effetti psicoattivi di marihuana e hascisc non sembrano dipendere esclusivamente della concentrazione di THC, bensì dalla compresenza, in percentuali diverse, del cannabidiolo (o CBD, il precursore del THC nella biosintesi), che può ritardare e prolungare l’effetto del THC.

fonte: toscanapa

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